Deeble NF

Recensione film: Epic - Il mondo segreto 11 Febbraio 2014, 18:00

Signore e signori: un film ambientalista il cui cattivo, per una volta, non è quell'aberrante essere conosciuto come l'UOOOOOMOOOOO! Però il titolo fa proprio pena. 

TITOLO ORIGINALE: Epic 
PAESE: USA
ANNO: 2013
DURATA: 102 min.
GENERE: Animazione, avventura
REGIA: Chris Wedge
SCENEGGIATURA: Dan Shere
INTERPRETI: Amanda Seyfried, Josh Hutcherson, Colin Farrell, Christoph Waltz, Beyoncé Knowles, Jason Sudeikis
 
TRAMA: L'adolescente Mary Katherine (M.K. per gli amici) fa ritorno alla casa d'infanzia per riallacciare i rapporti con il padre, uno scienziato che ha passato gran parte della sua vita a sostenere che il bosco sia abitato da un micro-popolo. Dapprima scettica, M.K. scopre in seguito che le sue teorie sono esatte e si ritroverà a dover collaborare con il popolo dei Leafmen per salvaguardare la foresta dai malvagi Bogani (Boggan in originale).
 
RECENSIONE: In primo luogo, le animazioni sono grandiose.
 In secondo luogo, ci sono le due lumache. 
 E quando capisci che staranno lì per tutta la durata del film senti distintamente il suono delle tue braccia mentre cascano a terra.
 Mub e Grub. Meglio noti come Spaccacoglioni e Rompicazzo. 
 Se ho dato un voto basso a questo film è anche per altri motivi che andrò a illustrare, ma loro ne sono la causa principale. Sotto ogni stramaledettissimo punto di vista. 
 Cominciamo dal titolo: Epic. Ecco, la cosa mi lascia non poco perplesso. Avrei voglia di incontrarmi con il regista e chiedergli: “Signor Wedge, sinceramente, cosa diavolo dovrebbe significare quel titolo?” Tralasciando il fatto che il film non è assolutamente così “epico”, questo titolo rimane del tutto assurdo. Forse perché è incentrato “sull'epico” scontro tra il bene e il male? Tolkien ha scritto dello scontro tra il bene e il male ma, da che io sappia, non si è mai azzardato a intitolare alcuna sua opera “Epic”. E questo perché? Perché è un titolo pigro, idiota e non dice nulla di nulla della storia, punto. Siediti alla scrivania, spremiti le meningi fino a fartele sanguinare e tira fuori qualcosa di pertinente! 
 Ma sto divagando. L'incipit si presenta bene e preannuncia scene di combattimento frenetiche e ben gestite, così com'è ben gestita anche l'ambientazione generale. Anche il rapporto fra M.K. e il padre è decisamente credibile. Difatti, credo  che se l'intero film fosse stato incentrato solo su loro due il risultato finale sarebbe stato migliore. 
 Ma quando poi viene presentato il personaggio di Tara, la regina della foresta, ecco che cominciano i primi veri problemi. Tara è la tipa new age della situazione, che basa la sua istituzione principalmente sulle proprie sensazioni – nonché un modo poco furbo per consentire allo sceneggiatore di farle fare scelte alla cavolo senza spiegarne il motivo. Quindi, in questo caso, anziché avere un “È magia quindi succede perché sì” abbiamo un sonoro “SONO SENSAZIONI!!!”. E meno parliamo del doppiaggio della Cucinotta meglio è.
 Passiamo al cattivo, Mandrake (ogni riferimento al personaggio creato da Lee Falk e Phil Davis è puramente casuale). Mandrake aveva il potenziale per essere un antagonista niente male con quel design... non fosse per il fatto che è il classico cattivo perché sì. Non ha una vera e propria psicologia né vere sfumature di sorta. Ma tanto è un film per bambini e ai bambini non interessano le sfumature, no? Insomma, quanto non è cattivo quando pronuncia con fare minaccioso: “Niente potrà fermare... la marcia del marcio!” Il resto di lui si perde abbastanza nell'anonimato.
 Ma questo è solo l'inizio. Come detto qualche riga più sopra, abbiamo anche le lumache. Che, da brave spalle comiche della situazione, stanno sulle scatole già dai primi secondi in cui compaiono in scena. Il compito principale di questi due è quello di tenere umido il baccello scelto dalla regina Tara, il quale, secondo tradizione, dovrebbe designare la sua succeditrice... ovvero un pretesto come un altro  per permettere a questi due imbecilli di saltare fuori in momenti del tutto inopportune a fare battute cretine. E a essere anche completamente inutili, dal momento che li si vede “umidificare” (se così si può definire quel “dondolare su e giù”) il baccello una volta soltanto, quando lo si sarebbe potuto benissimo avvolgere in un panno umido. Ma, ehi, perché creare atmosfera quando si può mettere in scena un lumacone (Mub, per la precisione, ovvero quello che avresti il piacere di falciare fra le lame del tosaerba) che intima agli altri di star lontani dalla “sua” M.K. in siparietti che vorrebbero essere ironici quando in realtà sono solo farneticazioni irritanti di un invertebrato ancora più irritante? Inutile dire che questi due stanno a questo film come le stigmate sulle mani di Hitler, ma tant'è. 
 Passando agli altri personaggi: M.K. non ha nulla di veramente memorabile, Nod è un idiota, mentre Ronin è il più intelligente, ma ovviamente nessuno gli da retta.
 La storia, di per sé, non l'ho trovata granché originale. Abbiamo la classicissima trama fantasy dell'allegra compagnia in viaggio attraverso mille insidie, un po' di Arrietty qui e un po' di FernGully lì. Solo che, grazie al cielo, stavolta si sono preoccupati di non sbattere in faccia al pubblico il dannatissimo problema dell'inquinamento perpetrato dai Cattivissimi Umani Ammazza-cuccioli-di-foca.
 Per non parlare dei contentini finali, ipocriti e senza senso, del tipo: “Se ci credi davvero raggiungerai tutti i tuoi risultati anche se non farai un maledetto nulla di nulla!”
 Ma, in verità, non mi sento di disprezzare completamente questo film. Né tanto meno di sconsigliarlo.  Io non ho mai visto Avatar, ma immagino di sapere perché diverse persone paragonino questi due film: per le scenografie. Per me, infatti, Epic è un film che si basa quasi esclusivamente sulle scenografie, sull'animazione e i combattimenti. Se cercate questo, riuscirete a farvi passare una buona ora e mezza, ma non aspettatevi nulla di più.
 
 
 
VOTO FINALE: 
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Recensione film: Sospesi nel tempo 3 Gennaio 2014, 16:51

Bene, questa dovrebbe essere la prima di una serie (si spera) di recensioni che da diverso tempo mi piacerebbe scrivere. Si tratta per lo più di pareri puramente personali, pertanto siete liberissimi di non condividere le mie opinioni. Anche quando io avrò ragione al cento per cento e voi torto marcio.
 Direi che possiamo procedere...

TITOLO ORIGINALE: The Frighteners
PAESE: Nuova Zelanda, USA
ANNO: 1996
DURATA:110 min.
GENERE: Commedia, horror
REGIA: Peter Jackson
SCENEGGIATURA: Fran Walsh, Peter Jackson
INTERPRETI: Michael J. Fox, Trini Alvarado, Peter Dobson, John Astin, Jeffrey Combs, Dee Wallace Stone, Jake Busey
TRAMA: A seguito di un incidente in cui sua moglie ha perso la vita, l'architetto Frank Bannister scopre di poter comunicare con gli spiriti. Cinque anni più tardi, Frank si guadagna da vivere utilizzando questa facoltà per truffare la gente. Nel frattempo, una serie particolarmente sospetta di morti per attacco cardiaco sta affliggendo la sua cittadina e solo lui potrà far luce su quanto sta succedendo. 
 
RECENSIONE: Per chi ha letto o legge Stephen King, sa bene che in più di una sua opera si ripetono vari cliché divenuti col tempo parte della narrativa kingiana, nella fattispecie:
1) cittadine di provincia americane la cui aria pacifica è direttamente proporzionale all'orgia di sangue e violenza che si è consumata nel loro passato;
2) entità malefiche che fanno strage di innocenti;
3) protagonisti afflitti da drammi personali e/o dotati di una qualche sorta di facoltà psichica;
4) tizi con evidenti squilibri mentali che ostacolano il nostro eroe dal fermare il cattivo principale della storia.
 In genere, questi aspetti della sua narrativa sono quelli che prediligo di più, in special modo il quarto (mi divertono questi tizi, che posso farci?). Sospesi nel tempo (o, come mi piace chiamarlo, The Frighteners, dal momento che il titolo italiano non vuol dire una cippa) non è tratto da un romanzo di King, ma contiene ciascuno degli elementi sopra citati. Pertanto, ci tengo a precisare che questo film mi sarebbe piaciuto a prescindere, anche se il risultato finale fosse stato penoso... forse. Però, è anche vero che questo film è stato un flop al botteghino del '96.
 Ed ebbene? 
 Ebbene... Sì, c'è un motivo se questo film è stato dimenticato da tutto e da tutti.
 In primis, non è veramente chiaro quale direzione voglia prendere. È una commedia horror, ok, nel mondo del cinema si possono enumerare svariate pellicole di questo tipo, da Ghostbusters al più odierno Shaun of the dead. Io per primo sono favorevole alle contaminazioni fra i generi, specie se queste comprendono la commedia con il dramma... Per The Frighteners, invece, questo è il problema principale. Perché, mentre in pellicole come il già citato Shaun of the dead (lo so, lo so, paragonarli è ingiusto e il film di Edgar Wright è indubbiamente superiore sotto ogni aspetto) riescono a mantenere una coerenza umoristica di base, questo passa dall'ironia più leggera e goliardica a momenti di serietà pura. In un certo senso, è come se Robert Zemeckis (di cui ne è il produttore esecutivo) e Peter Jackson si siano accordati per dirigerne rispettivamente la prima e la seconda metà. Quindi sì, in un certo senso si prendono un poco a cazzotti l'una con l'altra. In più, una certa trascuratezza nella “fisica” dei fantasmi e della stereotipizzazione di svariati personaggi a semplici macchiette superficiali non aiutano a migliorarlo.
 Tuttavia, io lo adoro. Lo adoro perché, nonostante questi aspetti, si vede che Jackson si è veramente impegnato per rendere bene questo film. 
 Personalmente non vado matto per la regia del buon Peter (e se anche voi siete testimoni di quei primi piani sgranatissimi di Amabili resti potete ben capire il perché), ma funziona. Si adegua sia ai siparietti comici che ai momenti più tesi, senza troppi fronzoli.
 Anche la recitazione è ok; nessuno che sia apparso troppo sopra le righe o con la classica aria da so-che-è-una-boiata-ma-devo-finire-di-pagare-le-rate-della-Mercedes. E poi a me Michael J. Fox sta simpatico a prescindere.
 In più, qui spicca forse uno dei migliori personaggi cinematografici che abbia mai visto in una commedia: l'agente speciale Milton Dammers. Dio, questo tizio è semplicemente fantastico! È come se avessero unito Woody Allen con Hitler e piazzato quest'ultimo nella serie di X-files. Non metto in dubbio che alcuni lo possano trovare irritante, ma Dammers risulta indiscutibilmente come il personaggio meglio caratterizzato dell'intero film. Ogni sua movenza, ogni parola che fuoriesce dalla sua bocca sono tutte calibrate in modo da rendere la sua personalità il più completa possibile. Sul serio, io non avrei affatto problemi a immaginarmi il background segreto di questo tipo. E ha appena inserito Jeffrey Combs nell'albo dei miei attori preferiti!
 Potrei spendere anche qualche parola sulla colonna sonora, ma è Danny Elfman quindi non c'è veramente nulla da dire al riguardo, se non che è riuscito a rendersi ancora più gotico di quanto non sia già.
 In conclusione, The Frighteners risulta essere un film incoerente ma, tutto sommato, ispirato. Lo consiglio? Sì, ma solo a chi non si aspetta nulla di particolare. Se volete un horror da non riuscire a chiudere occhio la notte, allora vi consiglio di andare a cercare altrove. Se invece vi aspettate un altro Ghostbusters... be', a quel punto vi direi di guardarvi direttamente Ghostbusters. Troppo giocondo per essere un film horror e troppo truce per essere una commedia. Ma non è un brutto film, assolutamente. Ha la sua dignità e la sua sincerità, ma per apprezzarlo dovreste gradirne prima di tutto lo stile, come già stanno facendo svariate persone nell'ultimo decennio, che lo hanno riscoperto e classificato come un piccolo cult degli anni '90. 
 Si poteva studiarlo meglio, ma, per quello che è, non è affatto male.
 
VOTO FINALE:

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Racconto: "Lasciatevi andare" 19 Novembre 2013, 10:34

Sarebbero stati i trenta minuti più lunghi della sua vita. Gli era bastato dare una rapida occhiata appena aveva messo piede all'interno del vagone per capirlo. I posti a sedere si potevano contare sulle dita di una mano – quattro, forse cinque a voler essere ottimisti. Se non altro, era riuscito ad afferrare la maniglia del portellone e a lanciarsi all'interno della vettura giusto un'istante prima che la ressa alle sue spalle potesse oltrepassarlo. Mentre avanzava lungo corridoio centrale, sbatacchiando involontariamente la cartella contro le spalle dei viaggiatori alla sua destra, Renato Luotti non poté fare a meno di complimentarsi con sé stesso. Riflessi pronti; non ti serviva nient'altro se volevi utilizzare i treni qui in Italia.
  Adocchiò il primo posto libero a disposizione, ma quando notò che al poggiatesta mancava la salvietta preferì continuare ad arrancare lungo il corridoio finché non trovò quello adatto. Adagiò il giornale sul sedile e si sedette con un sospiro. La fila alle sue spalle occupò il corridoio per intero nel giro di mezzo minuto. Un collega del reparto marketing, Pietro Zanone, gli passò accanto, rivolgendogli uno sguardo pieno di commiserazione e un cenno di saluto con il capo. Luotti lo salutò a sua volta e lo osservò allontanarsi un passo dopo l'altro. Grazie al Signore, almeno per quella volta il sovraffollamento del vagone era risultato utile a qualcosa. Se avesse potuto scegliere fra il condividere le proprie sofferenze con quel berlusconiano di Zanone oppure restarsene a patire da solo, non avrebbe esitato a scegliere la seconda opzione.
  Dopo nemmeno dieci minuti di viaggio, fra il calore degli altri passeggeri e l'impianto di riscaldamento, l'aria aveva cominciato a rendersi irrespirabile. I chiacchiericci si confondevano gli uni negli altri – “L'hai vista la partita? Che pirla, quell'arbitro”; “Ti presto un'aspirina, se vuoi”; “Tieni presente che non hanno ancora fatto l'assicurazione.” – mescolandosi in un brusio ronzante. Da come si stavano mettendo le cose, con molta probabilità avrebbe dovuto rimangiarsi tutti i suoi ringraziamenti divini. Si sbottonò la giacca e allentò il nodo alla cravatta, senza sortirne alcun giovamento. Il calore impregnava l'aria, la pelle dei sedili, le lastre metalliche delle pareti, il pavimento... Se solo il sedile accanto alla finestra fosse stato libero, forse avrebbe almeno potuto rinfrescarsi i palmi delle mani appoggiandoli contro il vetro. Sospirò e si limitò a fissare il paesaggio esterno. Laggiù, scorrevano distese di riso e vasti campi incolti congelati sotto coltri di brina. Gli alberi allungavano rami secchi come le dita di uno scheletro. Le nubi d'inizio inverno occultavano le montagne in lontananza e gli edifici che di tanto in tanto punteggiavano il grigiore della campagna non facevano che rendere l'atmosfera ancora più deprimente. Avrebbe voluto trovarsi là fuori, a riempirsi i polmoni di aria gelida, e sentire l'erba congelata scricchiolare sotto le suole delle scarpe. Si sarebbe potuto prendere un raffreddore, o anche una polmonite... ma era davvero peggio che restarsene seduti lì, in mezzo a quella massa soffocante? 
  Luotti riportò lo sguardo all'interno del vagone. Di fronte a lui, un uomo dal pizzetto posticcio stringeva fra le mani una copia de La Stampa sulla cui copertina Luotti poté scorgere un titolo sui quaranta passeggeri della metropolitana milanese scomparsi una settimana prima. Sui sedili adiacenti alla finestra sedeva una giovane coppia di colore: lui, alla sua sinistra, aveva lo sguardo perso nel paesaggio esterno, lei si era addormentata rannicchiandosi su un fianco. Una decina di persone aveva preso posto lungo il corridoio centrale; c'era chi se ne rimaneva in piedi e chi aveva preferito utilizzare le proprie valige come sedili improvvisati.
  Una volta a Chivasso, il vagone avrebbe cominciato a svuotarsi. Era solo questione di tempo.
  Ma, giunti alla stazione, i posti liberati da una donna con passeggino e bambino al seguito e un energumeno dalla testa rasata, vennero rioccupati quasi subito. Si aggiunsero altre sette persone, fra cui scorse anche un vecchio dalla pelle scura come bronzo sporco e gli abiti lerci. Alle sue spalle, la porta cigolò e lo scalpiccio di una mandria riverberò lungo il pavimento. Un gruppo di adolescenti con zaini sulle spalle gli si affiancò.
  “Fermi qui, ragazzi, fermi qui!” disse una voce che Luotti faticò a riconoscere come quella di una donna.
  “Prof., guardi che neanche qui c'è posto libero!” rispose la voce di un ragazzo.
  “Non importa, tanto vale star qui e aspettare... Voi, avvertite quelli sul fondo di non proseguire.”
  Assieme agli altri passeggeri, i ragazzi si disposero lungo il corridoio centrale, ostruendolo per intero. Una studentessa con una ciocca di capelli blu elettrico sulla fronte si infilò nello spazio fra i sedili di Luotti e dell'uomo con il giornale. La giovane gli urtò la caviglia con un piede, ma non si scusò.
  Cosa diavolo avevano in testa, quelli del consiglio scolastico? Come potevano pensare seriamente di portare i ragazzi in gita a Torino di lunedì
  Luotti si sbottonò il colletto della camicia e si strinse la cartella al petto, sospirando. Alla ragazza si aggregò un compagno occhialuto, i capelli impomatati e un accenno di peluria appena sopra il labbro superiore, che costrinse quest'ultima a spostarsi verso la finestra. Il treno si rimise in moto con uno scatto improvviso; il giovane vacillò, parve riacquistare l'equilibrio e gli rovinò addosso. Luotti avvertì l'odore freddo e denso del gel misto a quello più penetrante del sudore che gli chiazzava le ascelle. Il ragazzo si rimise in piedi muovendo  appena le labbra in quello che Luotti udì come un “usi”. 
  Fa che finisca presto, implorò Luotti. Te ne prego. Te ne scongiuro.
  Si ricordò di quando, un paio d'anni prima, era andato ad assistere a un concerto di Max Pezzali. La piazza centrale di Varallo era talmente gremita di persone che a malapena lui e sua moglie Teresa erano riusciti a ritagliarsi trenta centimetri di spazio libero. Non aveva mai visto così tanta gente in vita sua, tutta raccolta in un unico posto. La musica era assordante, tanto da fargli temere che le vibrazioni gli avrebbero fatto esplodere lo stomaco; teste e braccia erano tese verso l'alto e le voci si mescolavano in un unico grido. Quante persone potevano esserci state? Ottocento, forse persino di più. Le voci salivano d'intensità mano a mano che la canzone giungeva al suo culmine e Luotti, che fino a quel momento si era limitato a canticchiare al ritmo tenendo le braccia incrociate, si era accorto della cappa di calore che lo stava avvolgendo. Si era passato una mano sulla fronte e i bagliori del palco gli avevano illuminato una patina untuosa di sudore sui polpastrelli. Attorno a loro, la folla fremeva e si agitava, come se ogni singolo individuo lì presente non fosse dotato che di un unico pensiero: seguire la musica. Lui o Teresa sarebbero anche potuti crollare a terra e nessuno di loro se ne sarebbe curato. 
  Doveva essere per via del caldo se in quel momento aveva cominciato a respirare con tale affanno. Un groppo, simile a una pallina di gomma risalita lungo l'esofago, gli aveva ostruito la gola. Dio, c'era una tale folla. Tutte quelle teste e braccia e corpi... sembrava che non avessero più contorni definiti. Si stavano mescolando proprio come le voci che uscivano dalle loro bocche. La testa gli girava; aveva perso il senso dell'orientamento. Sotto la pelle, un esercito di formiche era andato a espandersi lungo tutto il suo cranio. 
  La voce di Teresa gli era risuonata nell'orecchio: “Tutto bene?” ma lui era rimasto in silenzio. Sua moglie aveva annuito e si erano incamminati verso il parcheggio. Mentre avanzavano, dapprincipio con calma, scostandosi e chiedendo scusa, per poi usare un maggior livello di prepotenza, Luotti aveva pensato che quella folla non dovesse più finire. L'odore di sudore e di birra, il calore e il frastuono della musica... Gli stavano riempiendo la testa. Ansimava con foga sempre maggiore ma, per sua fortuna, Teresa gli si era aggrappata al braccio e li aveva sospinti fuori entrambi. 
  Anche ora, la situazione non era poi così diversa; se possibile, era persino peggiore. Se non altro, in piazza, aveva la possibilità di fuggire o, se non altro, di ammirare il cielo. Tornò a concentrare l'attenzione sul paesaggio fuori della finestra. Le campagne avevano lasciato il posto a condomini dalle pareti scrostate e innumerevoli panni appesi ad asciugare sui balconi, viali angusti e rampicanti rinsecchiti ai bordi dei binari. Più tardi, quando raggiunsero le baracche fatiscenti dei campi rom, la voce acuta di un bambino lo convinse a voltarsi dall'altra parte: “Mamma, quel signore dice cose strane!”
  Non c'era nessun bambino nello scomparto alla sua destra, pertanto doveva trovarsi in uno dei sedili alle sue spalle. Ruotò il collo per quanto poteva, ma non lo scorse nemmeno questa volta.
  “Parla un'altra lingua, Franci”, udì una voce di donna rispondere. 
  Dovevano riferirsi al vecchio mendicante salito poco prima e che ora, bloccato in mezzo alla folla, stringeva in una mano nodosa un flauto dalla superficie chiazzata di ditate nere, la testa lievemente girata verso destra.  Chissà che stava dicendo, per muovere le labbra così rapidamente? Ma, fosse stato anche fuori di testa, non si sarebbe mai messo a chiedere l'elemosina lì, in mezzo a quella folla. Si sarebbe dovuto limitare ai passeggeri che gli stavano accanto, dal momento che ogni ulteriore movimento era pressoché impossibile.
  Luotti si voltò nuovamente e il sibilo di un flauto s'insinuò come un serpente fra i chiacchiericci circostanti. Un fischio lieve ma prolungato, mantenuto sulla stessa frequenza, che andò poi ad abbassarsi appena appena. Da qui, si evolse in una litania sempre più complessa, che cominciò a far placare una dopo l'altra le varie conversazioni. 
  Cosa voleva quel vecchio? Gli era già capitato di incontrare mendicanti sui treni ma finora si erano sempre preoccupati di annunciarsi con frasi del tipo: “Per favore, sono malato...” oppure “Mi spiace dovervi disturbare, ma la mia bambina ha fame...” Forse era muto – un'ipotesi non impossibile, dal momento che nessun mendicante si sarebbe messo a suonare senza chiedere nulla in cambio. Ma dove l'aveva già sentita, questa melodia? Aveva un che di familiare. Doveva essere il motivo di una canzone che aveva sentito per radio, quasi quindici anni prima, quando aveva riaccompagnato Teresa a casa e si erano scambiati un bacio prima di salutarsi. O una melodia del parco divertimenti in cui si era rotto il mignolo sinistro cadendo da una scalinata, a otto anni. 
  E perché, ora, tutti gli altri passeggeri si erano zittiti? Era una litania piacevole che il vecchio eseguiva con sorprendente destrezza, questo Luotti glielo doveva concedere, ma non certo da ridurre al silenzio ogni altra singola conversazione. Sollevò lo sguardo con un'insolita punta di fatica, come se un principio di sonno gli avvolgesse il capo, e si ritrovò a fissare i volti dei due liceali. Guardavano entrambi in direzione del flautista. Possibile che quella musica li prendesse a tal punto da convincerli a non sbattere nemmeno le palpebre? Cercò di voltarsi per la seconda volta, ma si accorse che muovere anche i muscoli delle spalle gli procurava fatica. Eppure non sentiva alcun bisogno di dormire, quindi perché quella spossatezza? Ma quando questo interrogativo gli si formulò nella mente, qualcosa gli disse che era una domanda irrilevante. Poi, molto più in profondità, un ulteriore suggerimento stava prendendo gradualmente forma: Basta ascoltare.
  L'aveva sentita nel luglio 1982, durante il campeggio estivo, proveniente dalla radio di un animatore: una hit  finita subito nel dimenticatoio. No, era il motivetto che fischiettava sua nonna mentre lavala i piatti... o se l'era inventato Teresa? 
  Devi solo ascoltare. Il pensiero si stava facendo rapidamente strada in mezzo a tutti gli altri, con forza e prepotenza. Voleva riempirgli la testa, proprio come stava già facendo quella melodia. 
  No, non poteva permettersi di lasciarsi coinvolgere, gli sussurrò di rimando un'altra voce. Era flebile ma ben presente; poteva avvertirla lottare per rimanere a galla, come un naufrago nell'oceano che si aggrappava disperatamente a uno scoglio. La stessa che, durante il concerto di Max Pezzali gli aveva impedito di unirsi al coro, cantando a squarciagola e agitando le braccia. Quella che gli aveva sempre impedito di accettare i ruoli da protagonista nelle recite della scuola e di abbandonarsi completamente quando faceva l'amore. 
  Cercando di eludere la melodia, con uno sforzo che gli costò una fitta di dolore ai muscoli del collo, ruotò la testa nella direzione opposta. Due biglie di gelatina bianca, incassate nelle orbite del ragazzo di colore, lo stavano fissando; le labbra aperte a formare una O muta e stupida. Il cuore gli si arrestò per una frazione di secondo, ma quando il suo sguardo andò verso la finestra e vide che all'esterno era scesa la notte, temette di poter morire sul colpo. Ma erano solo entrati in galleria, e questo lo aiutò a calmarsi almeno un poco.
  Perché ci stiamo fermando, mamma? si domandò e gli si formò un groppo in gola. Era stato davvero lui a pensarlo? In compenso, però, si accorse che la velocità stava diminuendo sensibilmente.
  Oddio, le mie mani, pensò, e ancora: Luigi, non sto bene. NON STO BENE, LUIGI!
  Il flautista continuava, incessante, aumentando d'intensità. A quanto pareva, stava facendo di tutto per evitare le note più basse, dal momento che ora si stava eseguendo in una cacofonia di acuti. 
  La pallina di gomma in gola. L'esercito di formiche sotto la cute del cranio. Il respiro affannato.
  Se Teresa fosse stata lì, lo avrebbe potuto trascinare via, lontano da quella calca. Avrebbero guidato fino a casa con la radio spenta, la mano di lei ad accarezzargli il ginocchio, mentre il panico si sarebbe sbrindellato a ogni metro che si lasciavano alle spalle. 
  Teresa.
  La voce di prima si ripresentò, squarciandogli la coscienza: È la musica, amico mio. Quando la musica comincia, siamo tutti una cosa sola, insieme. E tu, ora, la devi solo ascoltare.
  Poi pensò: Oh, ti prego, non voglio, oddio, lasciami andare!
  E: No, no, no, Franci, no, amore, no!
  E: Perché non le ho mai detto che mi piace? 
  Con uno sforzo sovrumano, tentò di sollevare la mano sinistra a cercare quella di Teresa. Ma non poteva essere solo la stanchezza e bloccargliela a mezz'aria. Abbassò lo sguardo e i suoi occhi incontrarono quello che, a prima vista, riconobbe come un ragno deforme, là dove si collegavano il polso proprio e quello del ragazzo al suo fianco e cinque paia di dita bianche e nere unite – no, fuse – attraverso il dorso. Mentre la mente morta del nero invadeva la sua, un altro pensiero si unì agli altri, il tono rimbombante come se giungesse da abissi incommensurabili, e in quel momento, finalmente, Renato Luotti capì dove aveva già sentito prima quella melodia: Lasciatevi andare.
 
 
 
 
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